Il romanzo “L’Ultimo Giorno” profuma di essenze tenute sigillate in luoghi remoti per secoli, delle spezie provenienti da paesi che abbiamo conosciuto soltanto in sogno; al tatto è una seta impalpabile eppur avvolgente, che s’insinua finanche nella visione che l’Autrice ci dona di una Venezia caleidoscopica, che muta con il passaggio delle emozioni umane, dallo smeraldo del sentimento, all’ambiguo grigiazzurro di anime pervase dall’indecifrabile.

 “L’Ultimo Giorno” ci presenta una sinestesia continua, perennemente sfumata, dove le azioni dei protagonisti sono sì circolari ed eternamente condannate al ritorno e al necessario oblio, ma anche alla tragicità di una fine soltanto apparente. Anna Bellon, l’Autrice,  chiede alla sua prosa ciò che Verlaine esigeva dalla sua poesia: “Senza nulla in sé che pesi, o posi”.

Quest’arte poetica (poiché alcune “Scene” non possono che essere definite in tal modo) si fonda sulle foglie autunnali che si posano su cortili dimenticati, su finestre chiuse di conventi in cui sono avvenuti fatti che, nel loro scabroso orrore, possiedono una forza languida che è il fluido vitale della trama, del sogno, del confine sempre più labile tra sonno, miraggio, allucinazione e visione mistica.

L’Autrice, pur espandendo la diegesi fino a superare il cerchio del tempo e quindi del cosmo, sembra consapevole che questa multiversale totalità sia continuamente incompleta, espandendosi in un moto perpetuo, come onde sinuose di liquida energia, da un centro, un luogo completamente dimenticato dagli sguardi di dei e uomini, la soffitta polverosa dove due occhi oscuri che scrutano da oltre il cielo hanno (ri)dato vita a una bambola che non poteva essere sacrificata. Il suo rogo avrebbe infatti significato non soltanto la fine senza inizio del romanzo, ma il non-essere stesso dell’universo.

Eppure, questo infinito cerchio di tempo e di sogni, che Anna Bellon tratteggia come un acquerello d’incanti senza nome, può essere spezzato: anche quest’atto deve però avvenire con la delicatezza di una piuma che si posi per un solo istante, per poi essere nuovamente riportata dal vento al grande gioco dell’universo. Perché anche il rogo finale, che conduce la bambola che è stata donna, ed è tornata ad avere fattezze di porcellana crepata, è dipinto come una leggera benedizione, un’impalpabile carezza osservata dal Custode del Tempo, lo Straniero senza età e senza nome che è toccato nelle profondità dal coraggio e dalla bellezza di un’anima finalmente libera.

L’intera vicenda di sogno è narrata dalla Fata Morgana direttamente all’Autrice, ma è in realtà contenuta per sempre nell’ampolla racchiudente quel famoso elisir che non è altro che la quintessenza della vita stessa, il respiro del cosmo oltre il cerchio del tempo e delle illusioni, e soprattutto dell’oblio.

Anna Bellon utilizza una rimbaudiana “alchimia del verbo” non tanto per condurre il lettore a una conclusione accettabile (il mancato rogo iniziale della bambola contiene in sé il futuro della liberazione estrema nel fuoco), accontentandosi invece di tessere, come le Moire, una fine ragnatela costellata di gocce di pioggia, quella stessa pioggia che poco prima aveva costituito il naufragio delle forme. La prosa de “L’Ultimo Giorno” è quella dell’istante immediatamente successivo al diluvio e alla notte oscura dell’anima, quando la tiepida aurora sorge esitante, e fragili creature escono alla luce dopo una lunga tenebra.

Quest’opera deve essere gustata, più che essere letta, o almeno osservata in uno stato di completa sospensione del giudizio, quella stessa trance che si verifica al cospetto di un’arte inconoscibile, che mostra agli occhi umani solo ciò che è sufficiente a togliere uno dei mille veli che ci separano dal mondo intermedio delle ombre, delle speranze e dei sogni.

 Il romanzo è un labirinto di sfumature, un naufragio in quella strana confluenza che sperimentiamo nelle ore più intime della notte, quando ci troviamo, nostro malgrado, nella sospensione tra i molti mondi che costituiscono l’Essere; l’intera opera si colloca in questa zona intermedia.

Il triangolo aldilà della vita e della morte costituito dalle figure centrali di Isabella, la bambola rianimata, Angela e Alessandro, lo Straniero che tesse l’intera storia attraverso le varie incarnazioni delle loro vite, è una costellazione musicale, poiché l’arte poetica necessita sempre e solo della musica, per poter esistere.

Nonostante i paragoni precedenti, sarebbe profondamente errato considerare “L’Ultimo Giorno” come un esercizio di stile, in senso parnassiano; il suo valore sarà costituito non tanto dal superare la “prova del tempo”, quanto dall’averla già descritta. Poiché, infatti, il vero protagonista di questo viaggio è proprio quell’entità inafferrabile e illusoria, che esiste soltanto grazie alla mancata rimembranza, solo in forza d’una “caduta” da un primordiale stato di grazia.

Sarebbe però altrettanto sbagliato pensare il labirinto delle illusioni qui descritto come un luogo infernale, privo di bellezza: è invece un tuffo in un universo di soffici sentori, di riflessi tra i quali è necessario districarsi, ponendo come sacrificio nell’Athanor la più preziosa delle essenze, l’anima stessa del lettore, affinché possa divenire tutt’uno con quella dell’Alchimista. E, in questo senso, l’Alchimista che ha vergato “L’Ultimo Giorno” ha davvero compiuto la Grande Opera.

 

Fabio Todeschini, Luglio 2019